Gennaro Liccardi , Ilaria Baiardini, Maria Vittoria Liccardi

Perché è così importante controllare l’ansia e lo stress nei pazienti che soffrono di asma bronchiale?

E’ noto che in tutti i paesi industrializzati le patologie allergiche respiratorie (in particolare l’asma) e le
condizioni cliniche riconducibili a stress psicologico costituiscono un importante problema sanitario.
Essendo le due patologie molto diffuse nella popolazione generale è da ritenersi probabile che, in molti
pazienti, esse possano sovrapporsi in modo casuale. Ci sono però molti dati della letteratura che
dimostrano la mutua interferenza delle due patologie in senso, per lo più, peggiorativo per entrambe.
Una condizione di stress/ansia/depressione dei genitori è in grado, già dalle prime fasi della vita, di
facilitare l’insorgenza di asma nei bambini, e ciò mediante complessi meccanismi immunologici,
neurovegetativi o infiammatori. La persistenza di stress nell’ambiente di vita del soggetto facilita
l’instaurarsi di stress/ansia a livello individuale (in tutte le età della vita) con conseguente peggioramento
della gravità della malattia asmatica e delle possibilità di controllo dei sintomi con i farmaci disponibili.
In altre parole, negli individui con elevati livelli di ansia/stress i farmaci anti-asmatici funzionano meno
bene. Inoltre, non è da escludersi anche una situazione opposta e cioè che un paziente con importanti
sintomi respiratori ostruttivi (poco controllati dai farmaci!) possa vedersi peggiorare la sua condizione
ansiosa per una evidente (e comprensibile) preoccupazione circa il suo stato di salute. I dati della
letteratura ci dimostrano che lo stress e l’ansia sono in grado di condizionare l’andamento dell’asma
anche mediante altri meccanismi. Tali pazienti infatti, molto spesso, come accade nelle patologie
croniche, possono avere difficoltà ad effettuare in maniera costante il trattamento farmacologico
prescritto. Ciò comporta una scarsa aderenza alle terapie anti-asma prescritte dal medico oppure, nel caso
di genitori di minori asmatici, una insufficiente attenzione che i bambini / adolescenti assumano le terapie
prescritte. La mancata (o incompleta) assunzione dei farmaci determina l’inevitabile peggioramento dei
sintomi respiratori e, verosimilmente, anche di quelli legati all’assetto psichico. La mancata presa di
coscienza (e cura) della propria condizione asmatica si riflette anche su comportamenti / stili di vita che
sono incompatibili con una corretta gestione “extra farmacologica” della malattia. Il fumo di sigaretta (o
l’assunzione di sostanze stupefacenti), l’alimentazione non idonea con conseguente obesità, lo scarso
esercizio fisico sono ben noti fattori in grado di peggiorare il controllo dell’asma indipendentemente dal
corretto uso di farmaci.
Nella figura 1 sono stati indicati i principali fattori connessi a una condizione di stress / ansia e in grado di
influenzare il decorso della malattia asmatica.
In conclusione, i dati della letteratura ed i riscontri derivati dall’ attività clinica quotidiana sono concordi
nel riconoscere che stress / ansia peggiorano in modo rilevante il decorso ed il controllo dell’asma. E’
evidente infine la necessità di non trascurare il riconoscimento, la gestione e il monitoraggio di tali
problemi come elemento indispensabile nel management a lungo termine dell’asma.

Psicologa e psicoterapeuta, Ilaria Baiardini

Adolescenza e asma: aspetti psicologici

I profondi cambiamenti e i meccanismi psicologici che caratterizzano l’adolescenza mettono a rischio il processo di cura dell’asma. L’adolescente, la sua famiglia e il medico devono tenerne conto e individuare azioni personalizzate.

Lo scopo principale dell’adolescenza è di guadagnare l’autonomia e costruire la propria identità personale. A questo si giunge attraverso un processo che implica profondi cambiamenti a livello fisico, psicologico e relazionale. Crescere significa confrontarsi con un corpo che cambia in modo sorprendente, avere a disposizione forme di pensiero critico e riflessivo, creare un proprio spazio interiore privato, vivere emozioni sconosciute e intense, giocare ruoli nuovi nel rapporto con i genitori, gli adulti, i coetanei. Si tratta di una vera e propria rivoluzione personale, che disorienta l’adolescente e chi gli sta intorno.
In questa fase della vita, più che in altre, la presenza di una malattia come l’asma può essere difficile da gestire. Accettare di essere malati, riconoscere e gestire la sintomatologia, essere aderenti al piano di cura, evitare i comportamenti a rischio per la salute, sono comportamenti che possono essere ostacolati da alcuni aspetti fondamentali nel processo di crescita.

In un’età in cui l’adolescente è un osservatore passivo delle modificazioni del suo corpo, la presenza di una patologia come l’asma può aumentare la sensazione di avere poco controllo su quello che gli succede a livello somatico. Il ruolo dei genitori nella gestione della malattia, le loro raccomandazioni e le loro preoccupazioni, così come il rapporto con il medico, dal punto di vista dell’adolescente possono rappresentare un ulteriore, fastidioso limite al desiderio di autonomia.
Il senso d’invulnerabilità, l’ottimismo irrealistico (la sottostima del rischio che si corre personalmente rispetto a una generica persona media), e la sensation seeking (il grado di novità e intensità di sensazioni ed esperienze che una persona ricerca attivamente) particolarmente forti in adolescenza, spingono a comportamenti a rischio per la salute: fumare, bere, provare droghe, non assumere i farmaci prescritti, sottovalutare i sintomi, avere rapporti sessuali non protetti.
In adolescenza il gruppo dei pari rappresenta la palestra dove realizzare i desideri di una mente e di un corpo non più bambini e dove costruire la propria immagine di sé. La presenza di una malattia come l’asma può interferire con questa dimensione dell’esperienza. Le assenze scolastiche, l’impossibilità a partecipare ad attività sportive o di svago, sentirsi diversi dagli altri a causa delle proprie condizioni fisiche, possono portare il ragazzo a sentirsi poco accettabile e a vivere una sensazione di isolamento.
Tenere presente i profondi cambiamenti e i meccanismi psicologici che caratterizzano questa fase della vita, mette in luce i rischi e le possibilità ai quali vanno incontro gli attori del processo di cura dell’asma: l’adolescente, la sua famiglia, il medico. Solo così è possibile pensare a realizzare interventi personalizzati che consentano di integrare la malattia nel tumultuoso processo di crescita e di porre le basi per una gestione ottimale dell’asma a lungo termine.

Ilaria Baiardini
Psicologa e psicoterapeuta

Dott. Prof.ac Gennaro Liccardi

Allergie da animali domestici, un problema nel problema

Il tema dell’allergia agli animali domestici è particolarmente complesso sotto vari punti di vista, incluso quello emotivo, soprattutto quando i pazienti sono bambini.

È noto che in tutti i paesi industrializzati le patologie allergiche respiratorie sono in crescente aumento e costituiscono un importante problema sanitario. Tra i numerosi fattori allergenici e non, che ne sono alla base e ne favoriscono lo sviluppo, il contatto con gli animali a pelo e in particolare quelli più comuni come cani e gatti, rappresentano, per così dire, un “problema nel problema”.
L’accresciuta coscienza animalista ha spinto vaste fasce di popolazione (non legate agli animali da motivi lavorativi) a tenere in casa cani, gatti e un numero considerevole di altre specie animali (anche esotiche).
I dati della letteratura ci dicono che se un soggetto nasce in un ambito rurale con scarso inquinamento e a contatto precoce con animali da fattoria, può essere a minore rischio di divenire allergico a causa anche del prevalente stile di vita all’aria aperta. Nelle aree urbane, invece, l’individuo vive in ambienti confinati (casa, ufficio, mezzi di trasporto ecc.) fino al 90% della sua giornata. In tali condizioni, anche la presenza di un singolo cane o gatto rende il contatto uomo-animale più stretto e l’ambiente interno (soprattutto se poco ventilato) completamente contaminato dai loro allergeni. Tali materiali sono comunemente presenti anche negli ambienti senza animali in quanto veicolati all’interno da abiti o altri oggetti. È evidente che, in tali condizioni, l’esposizione e l’inalazione degli allergeni possono essere più intense e prolungate con evidente maggiore rischio nei soggetti con predisposizione allergica.

Queste premesse non vogliono assolutamente significare che i soggetti allergici “non possano avere animali domestici in casa”, ogni caso va valutato attentamente da uno specialista allergologo che potrà stabilire, dopo accurate indagini diagnostiche, se l’animale debba essere allontanato dal paziente o si possa tentare una “convivenza” accettabile con adeguate prescrizioni preventive e terapeutiche. Avere infatti dei test cutanei o sierologici positivi per cani/gatti sta ad indicare che l’organismo ha sviluppato anticorpi IgE nei confronti dei loro allergeni ma non necessariamente che i poveri “quattro zampe” siano i veri e unici responsabili dei sintomi, soprattutto nei soggetti con allergie multiple a pollini, acari e muffe.

La riacutizzazione dei sintomi immediatamente dopo il contatto diretto oppure dopo l’ingresso in un ambiente confinato frequentato da uno o più animali può verosimilmente significare che il paziente non è solo sensibilizzato, ma anche clinicamente reattivo agli allergeni. In tali situazioni la ricollocazione dell’animale può servire a ridurre l’esposizione nel tempo (gli allergeni “sopravvivono” per anni nonostante le pulizie!), almeno nell’ambiente personale del paziente. Ovviamente questa opzione non esclude l’esposizione agli allergeni in altri ambienti pubblici o privati.
È evidente che se il paziente non si vuole staccare dal proprio animale, malgrado il rischio accertato, e nella maggior parte dei casi avviene proprio questo, sarà necessario un più accurato monitoraggio clinico con rigorose misure ambientali per ridurre l’esposizione agli allergeni. Potrebbe essere necessario anche un incremento del numero e/o della posologia dei farmaci anti-allergici/anti-asmatici nel caso che i sintomi respiratori tendano a peggiorare.

Dott. Prof.ac Gennaro Liccardi